Si salvi chi può – di Raffaella Milandri

Il colonialismo europeo è stato un flusso dirompente e devastante verso gli altri continenti : nazioni rivali che hanno lottato contro le genti locali per invadere, possedere, sfruttare  le terre oltremare e oltre gli Urali. Potere e denaro sono stati  la molla per smuovere flotte ed eserciti, ma anche la Chiesa ha sempre incoraggiato fortemente nei secoli scorsi le ansie di conquista di terre e la salvezza delle anime, e furono in pochi a poter competere con il successo del “colonialismo cristiano”. La colonizzazione evangelica è avanzata, passo dopo passo, implacabile e a braccetto con  la colonizzazione europea, nelle  Americhe , in Africa, in Asia, in Oceania.

Oggi il colonialismo vive ancora, in forme più sotterranee e commerciali, ma non per questo meno violente, e spesso porta il nome di società multinazionali e organizzazioni internazionali. E sono i popoli indigeni, quei popoli che vivono da millenni nelle loro terre ancestrali, radicati alla loro cultura e tradizioni, che tutt’oggi sono a rischio di estinzione e oggetto di violazioni dei diritti umani più fondamentali. Sono i Boscimani, gli Indios, i Pigmei, i Khonda, e tanti altri popoli dal nome sconosciuto, che vivono oggi l’inferno attraverso cui sono già passati i Nativi Americani, l’agnello sacrificale più famoso della avidità occidentale. Mentre multinazionali e Governi sfruttano le  terre dei popoli indigeni estraendo petrolio e diamanti, tagliando alberi, costruendo miniere e gasdotti, senza dare nulla in cambio ma anzi privandoli della libertà e del possesso delle terre dei loro antenati, cosa succede delle loro anime? Chi si preoccupa delle loro anime di “selvaggi”?

Sono una attivista per i diritti umani dei popoli indigeni, e viaggio per ascoltare i loro problemi: subito dopo il rischio di estinzione, hanno paura della perdita della propria identità e della propria cultura . Perchè una cosa è certa: ognuno nel mondo deve essere libero di pensare ciò che vuole. Ognuno deve essere libero di praticare le proprie tradizioni , la propria cultura , e di decidere se avere una religione o meno. Non si può essere messi alla gogna sotto l’accusa di paganesimo o di ateismo: i tempi della caccia alle streghe sono finiti.

“Affiancare il cristianesimo alla nostra religione tradizionale, animista, è una scelta forzata, che abbiamo dovuto fare per sopravvivere.” dice Clement, un Pigmeo Bakà del Camerun. E aggiunge:  “Vogliono che lasciamo la nostra religione. Io seguo entrambe le religioni- animista e cristiana – per essere accettato dalla mia gente e dai cristiani.  Non è una mia libera scelta, è un modo per sopravvivere. Però una cerimonia tradizionale Bakà è il modo migliore per la nostra gente per trovarsi insieme, per comunicare, per parlare dei nostri problemi, per mantenere viva la nostra cultura. Per ricordarsi chi siamo. E la religione animista non è un obbligo: noi siamo uomini anche senza religione.”

Dice  Thirsco della Papua Nuova Guinea: “I missionari dicono che le nostre tradizioni e  la nostra cultura sono cattive. Cosa vuol dire? Che sono cattive perchè sono diverse da quelle dei bianchi? Ma noi abbiamo vissuto migliaia di anni senza cristianesimo. E abbiamo vissuto bene.” Aggiunge la sua compagna Mary: ” Ci dicono che viviamo nel peccato perchè non siamo sposati. Ma io non lo capisco: cosa vuol dire?  Siamo una coppia felice, ci amiamo e rispettiamo. “

Gli Indiani d’America sono stati vittime esemplari del cristianesimo. Alla fine dell’Ottocento,  per civilizzare i “selvaggi” gli si è imposto di praticare il cristianesimo,   di abbandonare il nome originale per adottare un nome cristiano, e gli si è proibito di parlare la loro lingua e di praticare le loro tradizioni. Nelle scuole missionarie, fino agli anni ’70, severità e rigore erano gli strumenti principali.  Racconta Rose, una donna Cherokee: “Qualche anno fa, mi hanno chiesto di mascherarmi per Halloween, e di scegliere un costume spaventoso. Mi sono vestita da suora, che dai tempi del collegio per me ha sempre incarnato gli incubi più terribili . ” Scrisse Dennis Banks in Ojibwa Warrior in merito al collegio per Indiani che frequentò negli anni Quaranta: “Io, i miei fratelli e sorelle nel 1943 fummo sequestrati, rapiti e condotti in un collegio a cento miglia da casa. Le nostre teste vennero rasate, dovemmo indossare uniformi. Ci insegnarono con botte, insulti e isolamento, a diventare bianchi e a pregare da cristiani”.

 

 

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